Usa in guerra, l'Impero va all'appalto
Gurkha in Nepal, sepoys in India, cosacchi in Russia, ascari in Somalia...
Addestrare truppe indigene per proteggere ed eseguire la propria politica, esternalizzare i costi della guerra affidando a privati commesse sempre più imponenti: gli Stati uniti stanno praticando la deregulation economica e politica della guerra. Ma non funziona molto bene. Parla Chalmers Johnson, autore de «Gli ultimi giorni dell'impero americano»

MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Chalmers Johnson divenne famoso nel 2000 con il libro Blowback, tradotto in italiano da Garzanti come Gli ultimi giorni dell'impero americano, anche se sarebbe stato più corretto (e più efficace, alla luce dell'11 settembre 2001) intitolarlo Boomerang. Infatti blowback è un termine coniato dalla Cia per indicare i contraccolpi non desiderati di operazioni segrete. Secondo Chalmers Johnson gli Stati uniti costituiscono sempre più un impero, ma l'impero comporta prezzi e conseguenze inattese. Già nel 2000, un anno prima dell'11 settembre, Johnson indicava i precedenti attentati di Bin Laden come esempi da manuale di blowbacks. L'interesse di questa critica all'impero americano era che non giungeva da un uomo di sinistra, anzi: Johnson è sempre stato anticomunista, e negli anni `60 era in favore della guerra nel Vietnam. Chalmers Johnson l'avevo intervistato l'anno scorso, per il primo anniversario dell'11 settembre. Allora mi aveva esposto un paragone inconsueto: aveva comparato gli Stati uniti all'Unione sovietica, per l'incapacità di autoriformarsi, per lo «stress» (over-streching) imperiale, infine per la rigidità ideologica. Come all'Urss non stava bene nemmeno il socialismo di Dubcek, così agli Usa non va bene neanche il capitalismo renano o quello nipponico. Ora lo intervisto di nuovo, un anno e una guerra più tardi.

Mi risponde al telefono da vicino a San Diego, California - dove si trova il Japan Policy Research Institute di cui è presidente - e mi colpisce con un altro paragone insolito (una versione più dettagliata di questo paragone è pubblicata in un suo lungo articolo sul numero di Harper's datato novembre). Chalmers mi ricorda che tutti gli imperi hanno sempre cercato di appaltare a una frazione degli indigeni il mantenimento dell'ordine e l'esecuzione della loro politica nei propri possedimenti: «Gli inglesi avevano i gurkha, i sikh e i sepoys; i francesi la Legione straniera (e, in Algeria, gli harkis); gli olandesi usavano gli ambonesi; i russi i cosacchi (e noi italiani avevamo gli ascari). La `tecnica sepoy' consisteva nel sostituire i propri soldati con quelli indigeni e nel mettere un gruppo etnico-religioso contro gli altri. Implicava perciò addestrare militarmente gli indigeni e porli sotto il comando di ufficiali britannici. Il risultato di questa tecnica fu l'ammutinamento dei sepoys indiani nel 1857 (che gli indiani considerano la loro prima guerra d'indipendenza), selvaggiamente represso dai britannici. Gli americani è da molto che ci provano a organizzare i propri sepoys: nel 1962 mandarono i Berretti verdi negli altopiani meridionali del Vietnam ad addestrare i montanari (etnicamente distinti dai vietnamiti) e ad organizzarli in un `Gruppo irregolare di difesa civile', che però fu rapidamente fatto fuori dai vietnamiti. Gli Stati uniti hanno avuto più successo col sepoysmo in Afghanistan tra il 1979 e il 1989, quando hanno rifornito e addestrato i `combattenti della libertà' con armi e risorse per oltre 2 miliardi di dollari, compresi missili Stinger, senza preoccuparsi delle convinzioni religiose di questi mujaheddin. Ma vinta la guerra in Afghanistan, gli Usa suscitarono il risentimento di questi mujaheddin con l'installazione di basi militari in Arabia saudita e con il continuo sostegno a Israele. In questo senso l'11 settembre 2001 può essere considerato l'equivalente contemporaneo della rivolta dei sepoys».

Mi pare che il sepoysmo degli Stati uniti non sia finito lì.

No. Anzi, se è vero che i taleban erano stati i loro sepoys nella guerra afghana contro l'Urss, dopo l'11 settembre gli Stati uniti hanno usato le tribù del nord come sepoys nella guerra afghana contro i talebani. E comunque, almeno dall'uccisione di soldati americani a Mogadiscio, in Somalia, nel 1992, la strategia americana consiste nell'evitare morti di soldati americani. Lo stesso presidente George W. Bush ha detto in un discorso dell'11 marzo del 2002: «Non manderemo soldati americani in ogni battaglia, ma l'America preparerà attivamente le altre nazioni per le battaglie future». Così il «Programma di addestramento ed educazione militare internazionale» organizzato dal Dipartimento di stato è quadruplicato dal 1994 in poi: nel 1990 offriva istruzione militare agli eserciti di 96 paesi, nel 2002 il numero era salito a 133 paesi. Il 70% delle 189 nazioni aderenti all'Onu ha eserciti addestrati dagli Stati uniti. Noi addestriamo approssimativamente 100.000 soldati stranieri ogni anno, per lo più ufficiali che poi trasmettono i metodi americani alle proprie truppe. Nel 2001 l'esercito statunitense ha addestrato 15.030 ufficiali della sola America latina. La «guerra al terrorismo» non ha fatto altro che accelerare questi programmi, in molti casi rimpiazzando come giustificazione la «guerra alla droga», senza nessuna visibile differenza nella pedagogia. E naturalmente, l'addestramento di milizie irachene costituisce l'ultimo esempio del sepoysmo americano.

Nell'articolo su Harper's lei sostiene che gli Usa stanno usando anche un'altra tecnica di «esternalizzazione» dei costi della guerra, cioè l'appalto ai privati di molte funzioni tradizionalmente assolte dall'esercito.

Durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, la percentuale di personale di subappaltanti privati sul totale della forza americana era di uno su cento, ora è di uno su dieci. Secondo il Washington Post, un terzo del costo della guerra in Iraq sta finendo in conti bancari privati. Oggi le compagne private militari come Vinnell Corporation, DynCorp, Military Professional Resources Inc. (Mpri) e compagnie logistiche come Kellogg Brown & Root si stanno ritagliando la parte del leone nelle commesse militari irachene che ormai riguardano la fornitura non solo di materiali, armi, divise, ma anche di servizi, logistica, infrastruttura: catering per le truppe, trasporti, costruzione e mantenimento dei campi e delle basi, servizi di sorveglianza, veri e propri mercenari [sulla privazione della guerra vedi, sul manifesto, Oipaz del 21 gennaio di quest'anno, n. d. r.]. Secondo Deborah Avant della Georgetown University, una dei massimi esperti in materia, gli introiti delle compagnie militari private, che assommavano a 55 miliardi di dollari nel 1990, saliranno a 200 miliardi di dollari nel 2010.

Ma l'aspetto più interessante è che la spinta decisiva alla privatizzazione della guerra, è venuta dall'attuale vicepresidente Dick Cheney. Fu lui, quando era segretario alla Difesa, ad avere l'idea di appaltare servizi logistici: nel 1992 il Pentagono pagò a Kellogg Brown (filiale della società di equipaggiamento petrolifero Halliburton) 3,8 milioni di dollari per uno studio di fattibilità per esternalizzare ai privati i servizi logistici militari. Dopo che nel 1995 Cheney divenne presidente e amministratore delegato di Halliburton, Kellogg Brown ottenne 2,3 miliardi di dollari di contratti dal Pentagono, quasi il doppio dell'1,2 miliardi di dollari che aveva ricevuto nei cinque anni precedenti. E ora in Iraq Halliburton e Kellogg Brown stanno ricevendo contratti munifici da miliardi di dollari, ottenuti senza nessuna gara d'appalto, ma per concessione «privata».

In definitiva, quale è il fenomeno più saliente che ha caratterizzato negli ultimi due anni gli Stati uniti?

La crescita del militarismo. Si ricordi che perfino un generale come Dwight Eisenhower diceva che «dobbiamo guardarci da che il complesso militare acquisisca troppa influenza, non importa se volontariamente o meno. Esiste e persisterà la possibilità di un disastroso sorgere di un potere malriposto. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione mini le nostre libertà o il nostro processo democratico». E invece è proprio quello che è successo negli ultimi due anni, con il colossale bilancio della difesa, con la segretezza di tutte le decisioni, con l'influenza del complesso militar-industriale. Tenga conto che uno degli effetti della privatizzazione della guerra è che diventa impossibile verificare i conti, sapere come sono stati spesi i fondi. Ma di tutto questo parlo nel libro che sta per uscire a gennaio, Sorrows of Empire, "Le pene dell'impero" (presso Metropolitan negli Usa e Verso in Inghilterra: sarà tradotto in Italia da Garzanti).

Il peso del complesso militar-industriale non è proprio una novità: è da sempre che i mercanti di cannoni profittano delle guerre.

Sì, ma non nelle dimensioni attuali. Qui siamo a una vera e propria deregulation della guerra, del warfare. Al punto che la privatizzazione sta creando un'ostilità crescente tra i militari.

Intende la truppa o anche gli alti comandi?

Ambedue, e per ragioni diverse. Il nostro esercito è basato sui volontari che si sono arruolati per trovare un posto di lavoro in un periodo di crisi economica, o per ricevere corsi di formazione che non si potrebbero permettere da civili, non si sono arruolati per fare bersaglio ai cecchini iracheni, per saltare sulle mine nella piana dell'Eufrate. Un segnale molto interessante ce lo darà la prossima primavera, quando si vedrà quanti soldati prolungheranno la ferma. E dal lato dei comandi c'è un'irritazione crescente per quelli che i generali, soprattutto dell'esercito, chiamano i «falchi polli» (chicken hawks), cioè i politici falchi che non hanno mai combattuto in vita loro (come Dick Cheney o l'ideologo del Pentagono Paul Wolfowitz), che danno lezioni di strategia militare a ufficiali veterani. La candidatura democratica dell'ex comandante della Nato, Wesley Clark è un chiaro segnale di questo malcontento nell'apparato militare. A mio avviso, siamo alla vigilia di un qualcosa che potrebbe essere paragonato al Watergate, quando Richard Nixon fu esautorato per le proprie menzogne. Qui abbiamo un presidente, George W. Bush, che ha mentito sulle ragioni della guerra, sulle armi di distruzione di massa e sulla connessione tra l'Iraq e Al Qaeda che allora non c'era, ma che ora dopo la guerra c'è. C'è la segretezza invocata per tutte le questioni vitali del paese, compreso il rifiuto di dare informazioni sull'11 settembre. C'è la corruzione: a tutt'oggi il vicepresidente Dick Cheney continua a ricevere 150.000 dollari l'anno di pagamenti arretrati dalla Halliburton. Come ha detto il senatore Bird della Virginia, quando l'opinione pubblica americana si sarà destata e capirà quanto è stata ingannata, Bush dovrà vedersela brutta.

Può darsi che Bird abbia torto e che l'opinione pubblica non si desti più dal letargo. Ma quel che è certo è che assistiamo a una crisi della democrazia in tutto l'Occidente. Guardi all'Inghilterra, all'Italia, alla Spagna e ora al Giappone: in tutti questi paesi la maggioranza schiacciante dell'opinione pubblica era contraria alla guerra, eppure i governi di questi paesi si sono schierati per la guerra. Ora, cosa è la democrazia se non quella forma di governo in cui l'opinione pubblica ha un peso? Invece in questi governi aveva più peso la Casa Bianca o il Pentagono, di quanto ne avesse l'opinione pubblica del proprio popolo. Che il portavoce della libertà del mondo sia un Jacques Chirac, ce la dice lunga sulla situazione in cui ci troviamo.

da "il manifesto del 6.11.2003