POLITICA O QUASI
Berlusconi, foto di Bobbio
IDA DOMINIJANNI

Un ottimo modo per celebrare, si fa per dire, la nascita del governo Berlusconi è leggere il ritratto del nuovo premier tratteggiato da Norberto Bobbio nel suo Dialogo intorno alla Repubblica con Maurizio Viroli, pubblicato dieci giorni fa da Laterza e già alla terza edizione. Un ritratto impietoso e freddo, che tanto più risalta nel coro caldo con cui il nuovo governo viene accolto da larga parte della grande stampa, e che conviene riportare con la stessa pacatezza con cui lo tratteggia Bobbio, non un tono di troppo perché togliere colore dalla tela, come sanno i grandi maestri, rende il quadro più netto e più efficace.
Dunque Bobbio, interrogato da Viroli, parte dalla natura di Forza Italia per poi arrivare al suo inventore e leader. "Partito personale", come il filosofo lo definì già tempo addietro, Forza Italia non ha niente a che vedere con i partiti dei leader, come sempre li abbiamo conosciuti. Se infatti tutti i partiti hanno un leader (o anche più d'uno), più o meno carismatico, nel caso di Forza Italia non c'è "un'associazione che ha creato un capo, ma un capo che ha creato l'associazione". C'è poi un'ideologia, quella dell'antistatalismo, che in base all'equazione fra statalismo e comunismo slitta nell'anticomunismo. Non c'è invece una "galleria degli antenati", come la chiama Viroli, cioè una tradizione o una genealogia, perché Forza Italia, continua Bobbio, altro non è che "una reazione allo stato di cose esistente". E precisamente in questo, non nei contenuti che professa, sta la sua somiglianza con il fascismo delle origini: come quello nacque per liquidare l'assetto dell'Italia liberale, questa nasce per liqudare la prima Repubblica. "Forza Italia è dunque un partito eversivo, e Berlusconi se ne rende perfettamente conto", conclude Bobbio.
In verità non è difficile scorgere fra le righe una qualche somiglianza, oltre che fra Forza Italia e il dissolto partito fascista, anche fra i loro rispettivi capi. Come Mussolini - e diversamente sia da Hitler sia da Stalin - Berlusconi arringa le masse e dialoga con la folla; quello amava provocare risate volgari, questo si diverte a raccontare barzellette. L'uno e l'altro appartengono, Max Weber alla mano, alla categoria dei "grandi demagoghi". Ma con alcune significative e tutt'altro che consolanti differenze, imputabili all'acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti della storia e della democrazia. Non ha paragoni nel passato infatti il combinato disposto di potere economico (soldi, che nella macchina elettorale contano sempre più) e potere ideologico (controllo dei mezzi d'informazione) che in Berlusconi si incarna, e che, unito alla perdita di ruolo e di presa dei partiti, configura l'inedita situazione del "demagogo oligarca con la piazza vuota", come la definisce Viroli. E Bobbio non è meno alarmato né meno allarmante. Senza mezzi termini osserva che "i voti, come qualsiasi altra merce, si possono comprare", "chi ha più soldi ha più voti", e "questa è la ragione fondamentale per cui il denaro può corrompere la repubblica". Senza mezzi termini ribadisce che in tempi di strapotere della tv, nelle democrazie contemporanee "il consenso è manipolato, su questo non c'è dubbio".
E allora. Si può ancora chiamare democrazia questo assemblaggio sformato di forme della politica in cui viviamo? E se sì, si può ancora difendere la democrazia, averla a cuore come il miglior regime possibile? Lucidamente Bobbio ne vede la deriva inarrestabile al corrompimento delle sue premesse e promesse, fino al punto che è difficile definire "democratiche" elezioni in cui non ci sono brogli e intimidazioni e tuttavia diventano decisivi i soldi e la manipolazione del consenso. Ma Bobbio è pur sempre Bobbio, e bobbianamente si attesta sulla sua trincea: "la democrazia non è il migliore dei beni, ma il minore dei mali...Temo che ci dobbiamo rassegnare a sostenere che in fondo la dittatura è peggio". Eppure, come lui stesso dice, stiamo assistendo alla degerazione, descritta già da Platone, della democrazia in demagogia. Eppure, i paradossi della democrazia sono arrivati al punto che libere elezioni portano al potere un signore che "come il tiranno classico ritiene che per lui sia lecito quello che i comuni ortali sognano". Eppure, Bobbio stesso ci mette in guardia dall'illusione che tutto ciò sia riformabile con qualche tocco di ingegneria istituzionale o costituzionale, in assenza di un comune patto fondativo, o rifondativo, della repubblica. Eppure, anche a voler riporre "l'unica speranza" in una figura come quella di Ciampi, erede dell'antifascismo e dell'azionismo, resta il problema di come si possano formare nuove élite adeguate alla bisogna. Dobbiamo allora proprio rassegnarci a questo "male minore"?