PRETI DI UN DIO MINORE. DALLA CEI, NUOVO VETO ALLA PRESENZA DI CLERO CATTOLICO UXORATO IN ITALIA

 di Valerio Gigante

La Chiesa greco-cattolica rumena è una Chiesa cattolica di rito bizantino in cui i seminaristi, prima di essere ordinati, hanno la possibilità di sposarsi

ADISTA n° 93 del 4.12.2010

35884. ROMA-ADISTA. Riconoscimento della testimonianza di fede resa durante la persecuzione comunista; gratitudine per il servizio pastorale svolto dai suoi presbiteri; rinnovata stima e amicizia. Ma il clero uxorato no, di quello la Cei proprio non vuole sentir parlare. Si può sintetizzare così la lettera riservata, di cui Adista è entrata in possesso, inviata il 13 settembre scorso dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, al primate della Chiesa greco-cattolica rumena, mons. Lucian Muresan.

 

Preti di serie B?

La Chiesa greco-cattolica rumena è una Chiesa cattolica di rito bizantino e di lingua liturgica rumena, presente, oltre che in Romania (specialmente nella regione storica della Transilvania), in altri Paesi dell’Unione Europea e del mondo. Anzi, ormai i fedeli all’estero di questa Chiesa, causa la consistente emigrazione seguita alla caduta del comunismo, sono la parte maggioritaria. Solo in Italia, su circa 1milione di rumeni, circa 800mila sono greco-cattolici. Le celebrazioni e le attività di queste numerose comunità vengono ospitate, un po’ in tutta la penisola, dalle parrocchie di rito latino, all’interno delle quali i preti rumeni possono celebrare ed amministrare i sacramenti.

Tutto bene, sembrerebbe. Se non fosse che il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali dà ai seminaristi, prima di essere ordinati, la possibilità di sposarsi (il celibato è proprio invece dei monaci e dei vescovi). E il clero uxorato è attualmente la maggioranza del clero cattolico rumeno. Ma i preti di rito orientale autorizzati dalla Santa Sede a compiere il loro ministero fuori dalle loro diocesi di provenienza sono solo quelli celibi. Gli altri no, devono restare là dove sono stati ordinati. Il Vaticano teme infatti che essi possano provocare “scandalo”: se loro esercitano legittimamente il loro ministero dentro la Chiesa cattolica pur essendo sposati - potrebbero infatti pensare i fedeli e il clero di rito latino - perché non lo possono essere tutti i preti?

Da tempo, per evitare il rischio di una lento, ma inesorabile, declino dovuto alla impossibilità di garantire un’adeguata presenza all’estero, le Chiese orientali chiedono inutilmente al Vaticano la possibilità di inviare anche clero uxorato nei Paesi di rito latino dove siano presenti i propri fedeli. Una richiesta ribadita anche dal recente Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente (10-24 ottobre 2010). Nella proposizione 23 (v. Adista n. 84/10) si legge infatti “Il celibato ecclesiastico è stimato e apprezzato sempre e dovunque nella Chiesa cattolica, in Oriente come in Occidente. Tuttavia, per assicurare un servizio pastorale in favore dei nostri fedeli, dovunque essi vadano, e per rispettare le tradizioni orientali, sarebbe auspicabile studiare la possibilità di avere preti sposati fuori dai territori patriarcali”.

Del resto, fu il Concilio Vaticano II, nel decreto Orientalium Ecclesiarum, a sancire il ripristino dei diritti e dei privilegi dei patriarchi orientali, “vigenti al tempo dell’unione dell’Oriente e dell’Occidente” (cioè fino al 1054, l’anno dello scisma), “quantunque - aggiunsero i padri conciliari - debbano essere alquanto adattati alle odierne condizioni”. Un’affermazione, quest’ultima, che aveva avviato un aspro contrasto tra i patriarchi e la Santa Sede, per la quale gli antichi diritti potevano essere rivendicati solo all’interno del tradizionale territorio patriarcale, cioè in Medio Oriente o in Europa orientale. Una vexata quaestio che aveva lambito anche la Polonia di papa Wojtyla, dove c’è una vasta regione, la Galizia (passata alla Polonia dopo la II Guerra Mondiale), al cui clero (di rito orientale) sin dal XVII secolo il Vaticano aveva concesso la possibilità di sposarsi. Nonostante ciò, nel 1998, l’allora segretario di Stato, il card. Angelo Sodano, tentò senza successo di obbligare i preti sposati ad emigrare in territorio ucraino, sebbene essi fossero sempre vissuti in Galizia (semmai a spostarsi erano stati i confini), perché la loro presenza non era gradita alla Chiesa polacca.

Il 20 febbraio 2008, la sessione ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito la vigenza della norma che vincola all’obbligo del celibato i preti delle Chiese Orientali cattoliche che esercitano il ministero al di fuori dei territori canonici. Il papa ha però attribuito alla Congregazione per le Chiese Orientali la facoltà di concedere una dispensa da tale norma, previo benestare della Conferenza Episcopale interessata.

 

Primo: tutelare il celibato

È per questa ragione che mons. Lucian Muresan si era rivolto al card. Bagnasco. Il presidente dei vescovi italiani ha però risposto picche, spiegando che la Cei, “dopo aver attentamente esaminato la questione anche alla luce dei dati numerici relativi alla consistenza delle comunità etniche provenienti da Paesi dell’Est europeo e alla situazione del clero nelle diocesi italiane, ritiene che, al presente e in linea generale, non esista la ‘giusta e ragionevole causa’ che giustifichi la concessione della dispensa. La convenienza di tutelare il celibato ecclesiastico – ha spiegato Bagnasco – e di prevenire il possibile sconcerto nei fedeli per l’accrescersi di presenza sacerdotali uxorate prevale infatti sulla pur legittima esigenza di garantire ai fedeli cattolici di rito orientale l’esercizio del culto da parte di ministri che parlino la loro lingua e provengano dai loro stessi Paesi”.

Insomma, i preti cattolici sposati di rito orientale restano confinati nelle uniche due diocesi italiane dove è da secoli permesso loro esercitare il ministero, Piana degli Albanesi (Sicilia) e Lungro (Calabria). Fuori di lì, evidentemente, non sono graditi.