Divorziati risposati, il problema mai risolto

 

di Jean Rigal

 

 www.temoignagechretien.fr del 19 settembre 2011 (traduzione:  www.finesettimana.org)

 

Molti cattolici, compresi certi vescovi (almeno in privato) dicono di essere a disagio relativamente alla posizione della Chiesa cattolica riguardante le coppie di divorziati risposati.

Il problema non è stato affrontato dal Concilio Vaticano II, ma da allora continua a ripresentarsi in molti modi, e a volte in maniera ufficiale. Ed ecco che torna a galla, in questi giorni, in seguito ad un'intervista di Mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca e al manifesto” di oltre 300 preti austriaci.

Non c'è da stupirsi. Anche se soffocate e represse per un certo periodo, le vere questioni tornano a galla. Tanto più che il numero dei divorzi è aumentato: in Francia c'è il 50% di divorzi rispetto ai matrimoni.

I divorziati risposati sono sempre più numerosi nelle assemblee liturgiche e tra i responsabili ecclesiali. Molti preti non si ritengono autorizzati, in coscienza, a dire loro a proposito della comunione eucaristica: Venite a tavola... ma non mangiate.”

Non si tratta di banalizzare una situazione che comprende il suo peso di ferite e sofferenze, né di considerare tutto in funzione di quella realtà.

Sono persone diverse, per la loro origine e la loro storia, ma anche per la prova coniugale che hanno dovuto vivere e che le segna, come nei casi di abbandono da parte del marito o della moglie.

Spesso, il secondo matrimonio dà una stabilità e una maturazione che permettono di costruire un nuovo progetto nella fiducia.

Nelle sue prescrizioni, la Chiesa non tiene conto di questa diversità. Dovrebbe essere un primo punto di attenzione, piuttosto che allontanare i divorziati risposati dalla comunione, se non addirittura dal sacramento del Perdono. Molti risposati civilmente non si preoccupano di questo, ma certi ne soffrono profondamente nella loro vita di credenti. Chiedere loro di presentarsi, davanti a tutti, per una comunione solo spirituale” non fa che distinguerli ulteriormente e aggiungere sofferenza alla sofferenza o al fallimento.

Nel 1980 il sinodo dei vescovi sulla famiglia chiedeva, con 179 voti contro 20, “che ci si dedicasse a una nuova ricerca in merito, tenendo conto anche delle Chiese d'Oriente, in modo da mettere meglio in evidenza la misericordia pastorale”. Questa richiesta esplicita non ha prodotto alcun risultato.

L'anno successivo, dopo aver ricordato che la Chiesa è una madre misericordiosa”, Giovanni Paolo

II, nella sua esortazione apostolica sulla famiglia, giustificava l'insegnamento tradizionale:

I divorziati risposati si sono resi essi stessi incapaci di essere ammessi alla comunione eucaristica, perché il loro status e la loro condizione di vita è in contraddizione oggettiva con la comunione d'amore tra Cristo e la Chiesa, quale si esprime ed è resa presente nell'Eucaristia.”

Molti vescovi hanno espresso, più o meno esplicitamente, la loro presa di distanza, o anche il loro disaccordo. Citiamo in Francia Mons. Le Bourgeois, vescovo emerito di Autun, e tre vescovi tedeschi, Kasper, Lehmann e Saïer, conosciuti per la loro grande competenza teologica universitaria e pastorale. Ma le loro aperture non hanno avuto conseguenze.

Senza rimettere in discussione il principio dell'indissolubilità del matrimonio, molte voci chiedono oggi, con insistenza, che si ponga fina alla discriminazione attuale e che si ammettano alla comunione eucaristica, in casi determinati e a certe condizioni, dei divorziati risposati che ne fanno domanda. Riprendere il problema daccapo sarebbe, del resto, necessario per evitare di incoraggiare le decisioni individuali sempre più numerose.

Nel 1992, in un documento intitolato Les divorciés remariés”, la Commissione della famiglia dell'episcopato francese propone:

Quando i divorziati risposati desiderano sinceramente avanzare sul cammino della santità, ma non possono accettare l'idea di separarsi, specialmente a causa dei figli, la Chiesa non potrebbe, senza mporre loro di vivere nella continenza, dare loro l'assoluzione ed ammetterli alla comunione eucaristica? Non potrebbe, almeno, riconoscere loro il diritto di decidere in coscienza quello che devono fare?

Accogliere, dar prova di misericordia, invitare al discernimento, situare questa difficoltà nella sua dimensione ecclesiale: non sarebbe più evangelico che sfoderare proibizioni?


 

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