Quante volte figliolo?

 

 

di Mirella Camera

 

 

 

in a latere...” (http://alatere.myblog.it) dell' 11 luglio 2011 da www.finesettimana.org

 

Non pensate subito male. Non c'è alcuna allusione ai peccati contro il sesto comandamento. Quello che è successo è molto meno datato. Direi, anzi, una novità. E' stata, forse involontariamente, la contestatissima Finanziaria di Tremonti a metterlo sul tavolo aprendo, almeno potenzialmente, un discorso enorme: perché calcolare quante volte un reddito contenga il minimo pensionistico con cui vive il 50% dei nostri anziani (467,42 euro al mese) per stabilire le soglie sulle quali applicare o meno l'adeguamento al costo della vita, significa stabilire innanzi tutto una unità di misura. E da che mondo è mondo una unità di misura serve a valutare un sacco di cose.

 

Se la cosiddetta "minima" , chiamata in gergo tecnico proprio "minimo vitale" è un metro, adesso ognuno di noi può calcolare facilmente il proprio grado di ricchezza non più in modo soggettivo, secondo il proprio desiderio individuale o il modello di vita cui aspira senza alcun riferimento concreto e reale, ma confrontandosi con questi pensionati che campano con < 500 euro/m, cioè l'unità di misura 1. Ogni multiplo non può più prescindere da questo confronto vivo e reale.

 

Il bello è che il primo multiplo, cioè il doppio (un po' meno di 1.000 euro pro capite), viene definito dall'Istat "soglia di povertà". Questo ci dice innanzi tutto che urge una definizione un po' meno ottimistica di "minimo vitale", visto che col reddito di un cittadino ufficialmente povero ci campano ben due pensionati di minima. In ogni caso, su questa soglia di povertà in bilico dove una spesa straordinaria, un incidente o una malattia possono far precipitare la situazione, vive quasi un quarto degli italiani (24,7%).

 

Ora fate voi, prendete il vostro reddito, quello di qualche amico, quello dell'invidiato vicino ricco, quello di chi ci governa (e chiede di tirare la cinghia) quello di qualche famoso divo o calciatore, quello di qualche amministratore delegato e giocate a vedere quanti poveri ci stanno dentro, e quanti vecchietti. E quanti cassaintegrati, che sono circa a metà tra gli uni e gli altri. Calcolando che

appena il 10% degli italiani possiede il 45% della ricchezza del Paese, dovrebbero essere una vera moltitudine. O meglio: potrebbero starci tutti un po' più comodi e dignitosi.

 

Dopo un po', la domanda sorge spontanea: quante vecchiette, quante famiglie monoreddito, quanti ragazzi precari o Co.co.co, quanti operai in cassa integrazione, quante altre vite (vite faticose, a volte disperate) possono stare dentro un reddito, mese dopo mese, anno dopo anno, senza che nella coscienza della Chiesa tutta, fedeli e gerarchie, non suoni un campanello d'allarme?

Perché un tempo lo stipendio del più alto dirigente d'azienda conteneva 10, 20, 40 volte quello dei suoi operai e oggi può arrivare a centinaia , addirittura a migliaia di volte, senza che nessuno dica boh? Quanto tempo ci metteremo a capire che tutto questo ha a che fare, prima ancora che con la giustizia sociale, che ormai pare una parolaccia pericolosa e veterocomunista, almeno con quella Giustizia pretesa senza alcuna ambigui da Dio stesso e che nella Scrittura compare 474

 

Chissà se arriverà mai, nel nostro amato Paese che non può non dirsi cristiano, come sostengono soprattutto i simpatizzanti de centrodestra, il benedetto giorno in cui in confessionale, riferendesi a tutto questo e non ad altro, il prete chiederà conto, prima di assolvere il penitente: "Quante volte, figliolo?"