Quello che i documenti non dicono

 

di Giovanni Franzoni

 

ADISTA documenti n° 37 del 20/10

 

Oggi mi trovo qui come unico testimone italiano del Concilio. Ritengo che questo sia un fatto importante perché, quando parliamo del Vaticano II, va rimarcato che molte cose non si trovano né nei verbali né nei documenti ufficiali. Le troviamo invece negli atteggiamenti, nelle reazioni, financo nei commenti al bar di vescovi, abati e delegati apostolici, che solo chi c’era può raccontare. Procederò quindi per brevi suggestioni riguardanti alcuni dei temi che sono stati sollevati anche oggi e che ritengo tuttora attuali. Nel fare ciò, racconterò anche alcuni episodi.

In tema di pastorale della famiglia, ricordo ancora un intervento di Elias Dogbi, vescovo melchita d’Egitto. I melchiti come sapete sono un patriarcato di liturgia bizantina in comunione con Roma. Bene, Dogbi suscitò un giorno un certo mormorio fra i padri conciliari quando parlò della prassi in uso presso la Chiesa melchita nei confronti dei divorziati, in particolare quando accennò al fatto che potevano, dopo un percorso penitenziale, risposarsi. Una questione attualissima, come sapete, visto anche tutto quello che sta succedendo in Austria. Al Concilio la cosa non ebbe poi seguito, però va segnalato che il tema venne introdotto.

Per quanto riguarda invece il ruolo delle donne nella Chiesa, citerò l’intervento che fece un vescovo indiano, il quale disse che nella Chiesa esistono varie mansioni importanti non connesse con il ministero sacerdotale che potrebbero svolgere anche delle donne, citando come esempio… la nunziatura apostolica! Questa è più una curiosità, perché è un’affermazione che ancora non solleva la questione del ministero liturgico, però mi sembra rilevante che dalla testa di un vescovo possa essere uscita una tesi del genere. Parlo di ministero liturgico e non di accesso delle donne al sacerdozio perché, da quel che mi risulta, anche in relazione all’esperienza che faccio quotidianamente in comunità, non credo che le donne oggi aspirino a diventare sacerdoti. Piuttosto, si tratta di porre il problema del sacerdozio in quanto tale, cioè di smetterla di pensare che Gesù abbia voluto mandare in pensione la casta sacerdotale della tradizione ebraica della Torah per sostituirgliene un’altra.

Rispetto invece al celibato ecclesiastico, non scorderò mai che, quando arrivò in sala la notizia che il papa avocava a sé la discussione sul tema, davanti a me c’era un vescovo del Centroamerica che si voltò e mi disse: «Ma, padre abate, io sono venuto al Concilio per discutere fondamentalmente di questo. Ho i frati che spero siano fedeli ai loro voti, poi ho otto preti diocesani che sono tutti concubinari. Che faccio, li caccio tutti e resto solo?».

Ricordo quest’episodio con un pizzico di amarezza perché il problema del celibato non venne comunque affrontato dal Concilio nella giusta prospettiva. Dietro la questione del celibato ecclesiastico c’è quella della dignità della donna e dei diritti dei figli dei preti ad accedere all’eredità del padre. Parliamo ovviamente dell’eredità dei beni personali non di quelli ecclesiastici. Questa è una vergogna che va cancellata, perché ne va della dignità della figura femminile e del diritto dei figli dei preti ad avere una figura paterna nella propria storia, nella propria vicenda personale e nella propria crescita. La Chiesa ha paura di affrontare questo problema perché, se passasse una sanatoria e i preti legittimassero i loro figli ci sarebbero centinaia di migliaia di processi, ci sarebbe un buco nelle finanze della Chiesa ancora più grosso di quello apertosi in seguito alle cause per pedofilia. Il problema è scottante, ma è urgentissimo e va affrontato.

Infine, vorrei dire qualcosa sulla figura di Paolo VI. Montini viene spesso considerato responsabile della fragilità del lavoro del Concilio, di una certa sua incompiutezza, soprattutto a causa dell’Humanae vitae. Su certi temi, come ad esempio la contraccezione, è vero, Paolo VI sottrasse il dibattito al Concilio e chiuse la bocca ai vescovi, un “ghe pensi miante litteram ben esemplificato dalla frase che Pericle Felici pronunciò quando inaugurò la quarta sessione del Concilio, una frase che non troverete in nessun verbale: et erit ultima, cioè «e sarà l’ultima». Come a dire: per tutto quello che rimarrà fuori dalla discussione, ci penserà il papa. C’è un punto però sul quale voglio difendere Paolo VI, ed è la questione della Chiesa dei poveri. Anche qui, racconterò qualche episodio.

Durante la terza sessione ci fu un vescovo italiano che disse qualcosa come: «Ma la Chiesa è sempre stata per i poveri, dov’è questa novità?». Intervenne allora il patriarca melchita Maximos IV Saigh, un noto dispettoso, che faceva parlare di sé per il suo atteggiamento di aperto disprezzo verso la Chiesa latina, che disse: «È vero che la Chiesa è sempre stata per i poveri, ma li ha sempre lasciati poveri! Adesso che i popoli hanno un loro progetto, una loro iniziativa per non essere più poveri e combattere contro la povertà, è tempo che la Chiesa sia con i poveri e non per i poveri, che sia con i poveri a lottare con loro!». In sostanza, toccò il problema della solidarietà della Chiesa all’impegno socio-politico della decolonizzazione e alla lotta dei popoli per uscire dalla loro condizione di povertà.

Passano tre giorni e viene convocata una grande assemblea liturgica in lingua bizantina, presieduta proprio da Maximos IV, e alla presenza di Paolo VI con tanto di tiara in testa. La tiara, o triregno, è un copricapo fatto di tre strati che simboleggiano i tre poteri della Chiesa: spirituale, temporale e nei cieli. Bene, Paolo VI è presente a quell’assemblea con la tiara, che era di platino, in testa. Al momento dell’offertorio il papa si alza, si toglie dalla testa il triregno, attraversa tutto il presbiterio con il triregno in mano e va a posarlo sulle ginocchia del patriarca dei melchiti, che era sempre stato così insultante nei confronti della Chiesa latina. Sui giornali di allora si scrisse che il pontefice aveva donato la sua tiara per i poveri, che poi sarebbe stato una sorta di insulto ai poveri. Io penso che questa sia un’interpretazione sbagliata del gesto di Paolo VI, e cercherò di spiegare perché.

Ritengo, al pari di Hans Küng, un teologo che amo e ammiro, che quello che Montini aveva voluto significare con quel gesto era che l’unica cosa che la Chiesa poteva fare in solidarietà con i poveri era quella di deporre il potere temporale e lasciare ai poveri stessi, ai popoli e ai loro movimenti di liberazione, l’autonomia per muoversi, cioè per non essere più poveri. Ritengo che si possa sostenere questa interpretazione anche a partire da quanto Paolo VI scriverà nella Populorum progressio. In quell’enciclica viene come al solito ribadita la duplice condanna tanto del capitalismo sfrenato quanto del marxismo collettivista, visto, come al solito nella tradizione della Chiesa, come una medicina peggiore del male. Eppure, mentre la condanna del capitalismo è netta, delle forme sociali che gli si contrappongono viene detto che, fatte salve una serie di incompatibilità filosofiche, ideologiche, si può anche collaborare.

Ma la cosa più importante Paolo VI la fece nel 1971 per l’anniversario della Rerum novarum. Lì Montini scelse di non fare un’enciclica sociale. Scrisse invece una lettera al cardinal Maurice Roy, all’epoca presidente della Pontificia Commissione Justitia et Pax, nella quale, dopo aver elencato una serie di piaghe – dalla fame nel mondo, al sottosviluppo, alle malattie, all’urbanizzazione forzata, ecc. – conclude così: «A tutto questo noi non abbiamo risposta». Ecco, secondo me questa frase andrebbe stampata su dei manifesti a caratteri cubitali. Il papa ammette di non avere una risposta ai problemi della giustizia sociale. È alle Chiese locali, in collaborazione con gli uomini di buona volontà, che tocca farsi carico di questo problema. E teniamo presente che Paolo VI è anche quello che, quando venne da me in basilica, tenne un discorso sull’Africa nel quale disse, fra l’altro: «Se l’Occidente non metterà rimedio a questa situazione, si scatenerà la giusta ira dei popoli». Ed è sempre Montini che, affacciandosi dal balcone del Quirinale il 20 settembre, anniversario della breccia di Porta Pia, afferma che quella ricorrenza è importante perché in quella data la Chiesa si è finalmente liberata del potere temporale.

Quando parliamo di Paolo VI, quindi, dobbiamo fare attenzione a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Certo, non dobbiamo tacere dei suoi errori, dei suoi ritardi, delle sue colpe rispetto alla degenerazione e alla non applicazione del Concilio. Ma le responsabilità maggiori, da questo punto di vista, sono di chi è venuto dopo, cioè di Cl, del cardinal Ruini, e di una certa invadenza della Chiesa al momento delle elezioni, per esempio all’epoca dei referendum su divorzio e aborto. Montini, del resto, è stato odiatissimo dalla destra cattolica, al pari di Aldo Moro, perché di fatto entrambi aprivano all’idea di un’astensione da questa presenza condizionante che l’istituzione ecclesiastica aveva esercitato per anni avendo come braccio secolare la Democrazia Cristiana.

* Tra gli animatori della Comunità di Base di San Paolo; già abate di San Paolo fuori le mura e padre conciliare