L’avventura della vita oltre i limiti della legge. Una nuova religione per una diversa umanità


ADISTA n° 18 del 12.5.2012

DOC-2436. CAMARAGIBE-ADISTA. Riuniti al capezzale della religione, il cui stato di salute appare sempre più preoccupante, i teologi si interrogano sulle possibili cure, riflettendo sulla sua «eventuale rinascita a partire da fonti più creative e attuali». È a questa riflessione che prende parte Ivone Gebara - teologa brasiliana impegnata in un quartiere povero di Camaragibe, in Pernambuco - nell’ambito della Consultazione Latinoamericana sulla Religione realizzata dall’Eatwot (Associazione dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo) dell’America Latina nel settembre del 2011, nel quadro del Congresso Internazionale della Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais, a Belo Horizonte. Una consultazione a cui è dedicato il primo numero del 2012 di Voices, la rivista di teologia dell’Eatwot, dal titolo “Verso un paradigma post-religionale?” (v. Adista documenti n. 16/12), in vista di una nuova tappa del processo, in relazione a cui viene offerta nelle pagine della rivista una proposta di studio, di dibattito e di ricerca aperta non solo all’America Latina ma anche agli altri continenti (il numero può essere letto integralmente in inglese e in spagnolo/portoghese sul sito di Voices: http://InternationalTheologicalCommission.org/VOICES). Di seguito ampi stralci dell’intervento di Ivone Gebara. (c. f.)

 

RIFLESSIONI INTORNO ALLA CRISI DELLA RELIGIONE

 

di Ivone Gebara

 

Nel tentativo di capire qualcosa su ciò che sta avvenendo alle religioni nel nostro tempo, condivido, come stimolo al dibattito, alcuni sospetti e alcune brevi riflessioni. (…). La questione per me soggiacente, trasversale, che la si guardi superficialmente o in profondità, in senso stretto o ampio, sotto le lenti della modernità o della post-modernità, nella prospettiva del popolo o dell’élite, è di ordine filosofico. Mi spiego. Quando affermo che è di ordine filosofico, mi sto riferendo alle chiavi di interpretazione e di comprensione della vita umana, alle questioni di senso che sempre hanno abitato il pensiero filosofico umanista dell’Occidente e dell’Oriente. Le questioni relative al significato della vita, delle relazioni umane, del mondo in cui viviamo e della diversità di situazioni che affrontiamo nella quotidianità. Pensiamo al significato della sofferenza, della morte in generale, della morte prima del tempo, della morte violenta, della morte come realtà necessaria e anche della mia morte come individuo. Pensiamo al significato del progresso umano, con la sua inevitabile ascesa e caduta, alle speranze in un mondo in cui ci sia posto per tutti, alle esclusioni e alla crescente violenza.

La morte è una certezza per tutti i vivi e, al di là della nostra definizione come esseri viventi, ci riconosciamo come viventi mortali, sperimentando quasi allo stesso tempo processi diversi di evoluzione e di regressione, di speranza e di disperazione. La crisi delle religioni investe anche la nostra mortalità, le nostre speranze future e i differenti modi per far fronte alla nostra finitezza.

Come esplicitare la questione filosofica che abita la crisi delle religioni? Tenterò di elencare brevemente alcune questioni di attualità, nella consapevolezza dei loro limiti e soprattutto dei loro punti oscuri. (…).

LA NUOVA COMPRENSIONE DELL’ESSERE UMANO PRESENTE NELLA NOSTRA CULTURA

Credo che la nuova comprensione dell’essere umano che si sta delineando nel nostro mondo globalizzato non sia stata debitamente affrontata dalla teologia delle Chiese. La teologia della liberazione, specialmente degli anni ‘70 e ’80, ha dato espressione all’“uomo economico razionale” attraverso mediazioni socio-analitiche che hanno influenzato l’insieme della teologia e della lettura biblica, ma che, pur conservando il loro valore, non danno conto della complessità del reale in cui ora viviamo.

(…). Le utopie dei secoli passati non rispondono più alla complessità della nostra storia attuale. Siamo passati ad essere l’“umanità della tecnocomunicazione istantanea”. Siamo passati ad essere anche e allo stesso tempo “l’essere umano diviso” in cui identità di molti tipi tentano di imporsi revocando fino a un certo punto la concezione universalista dell’essere umano.

Tutta l’umanità o gran parte di essa sembra partecipare delle nuove scoperte scientifiche sugli esseri umani. Nuovi miti e nuovi personaggi abitano il mondo infantile e giovanile di diversi Paesi del mondo. La coscienza della nostra terrestrità sembra diventare sempre più acuta malgrado il fatto che si accentuino i nazionalismi e le divisioni a partire dalla diversità umana. Non abbiamo più obiettivi storici comuni chiari e le utopie che hanno nutrito le due ultime generazioni non sostengono più le nuove. Si registrano molti processi concomitanti e non esiste più un unico modello di società e di essere umano che possa contenere tutti gli aneliti della popolazione.

Le Chiese cristiane e particolarmente la Chiesa cattolica romana continuano a portare avanti un discorso salvifico dualista e con pretese universaliste. La mediazione clericale conserva la sua forma gerarchica, opponendo le élite sacerdotali a un laicato con sempre meno potere effettivo. Tale discorso, per quanto possa avere ancora seguito tra le maggioranze conservatrici e le masse povere consumatrici di una religione vista come consolazione e provvidenza, non tiene ancora conto di questo nuovo volto umano che inizia a delinearsi. I messaggi trasmessi nei pulpiti o attraverso i mezzi di comunicazione sono sterili e a volte rimbecillenti. Non ci invitano a un’autonoma crescita personale o all’impegno etico e finiscono per fornire appena svaghi e promesse di miracoli che inseguono l’illusione di soluzioni magiche.

Le ragioni del rifiuto nei confronti del nuovo pensiero sul mondo contemporaneo sono molteplici e varie. Una possibile ragione, sul versante delle chiese, sarebbe la resistenza al cambiamento del potere religioso, abituato a legittimare se stesso a partire da una concezione etica, filosofica e teologica soprannaturale. Accettare questo pensiero nuovo produrrebbe cambiamenti che il potere religioso e le tradizioni religiose vigenti non vogliono o non sono ancora in condizioni di fare. Uno dei cambiamenti ha a che vedere con il termine Dio, Theos, parola coniata a partire da una concezione gerarchica e dualista del mondo che sopravvive nelle nostre teologie, anche le più aperte. È questa visione di un essere divino dotato di una propria esistenza metafisica, che vive al di fuori della creazione e in qualche modo anche al suo interno, a costituire ancora oggi il fondamento della fede cristiana. È questa immagine di Dio che continua a nutrire l’immagine di un essere umano dipendente da forze extraterrestri o soprannaturali, una dipendenza che corrobora le dipendenze di ordine sociale e politico e gerarchizza le relazioni. L’accento posto sulla convinzione che questo modello di Dio e questo modello di religione siano detentori dell’unica verità ha comportato un regresso o un ritardo nell’affrontare l’idea di un’umanità plurale e allo stesso tempo unica e in gran parte responsabile del suo destino. Le vecchie pretese espansioniste della Chiesa cattolica non hanno più posto in un mondo al tempo stesso unificato e plurale. (…).

AL DI LÀ DELL’UNIVERSALISMO CRISTIANO

Per alcuni gruppi e alcune persone l’universalismo cristiano sta cedendo il posto a una percezione più storica della storia stessa. In altri termini, il cristianesimo, a dispetto della sua complicità con gli imperi di questo mondo e della sua pretesa di possedere la verità integrale sul destino degli esseri umani, è e dovrebbe ora essere visto appena come una tra le molte tradizioni di saggezza, di etica, di consolazione, di affermazione del carattere trascendente dell’essere umano entro i limiti della storia umana.

Tali gruppi affermano sempre di più la realtà delle incertezze della vita e delle certezze provvisorie. A poco a poco, la nostra paura di non disporre di analisi complete, di risposte totali, di verità assolute, di poteri che legittimino tutto sta cedendo all’accoglienza della vita in ciò che possiede di bellezza e fragilità.

Stiamo accogliendo il “tempo che si chiama oggi” nonostante la maggioranza faccia ancora ricorso a un modello di tempo trascendentale soprannaturale al di là della storia. E ciò malgrado il fatto che il passato venga considerato per questo più prezioso del presente e gli orientamenti attuali possano soltanto essere legittimati grazie all’interpretazione di testi del passato considerati rivelati e sacri a prescindere dall’ermeneutica politica o particolare della loro lettura. Concretamente, mi riferisco all’uso della Bibbia e della Tradizione primitiva per giustificare le posizione del Magistero della Chiesa in rapporto a una varietà di problemi e in modo particolare a questioni relative alla sessualità umana. Quando si presenta una lettura diversa da quella considerata ufficiale, questa viene immediatamente ritenuta falsa o mendace rispetto all’interpretazione del potere religioso istituzionale. Quel che rappresenta una novità è considerato una minaccia.

Tuttavia, il nostro mondo sta rivelando molti modi di leggere e interpretare i testi delle nostre tradizioni religiose. Cosicché il preteso universalismo interpretativo sulla base della dogmatica medievale che sostiene l’ideologia del potere religioso viene continuamente messo in discussione in nome delle nuove situazioni e delle nuove voci che si sollevano nella storia presente.

Una dose di umiltà sembra essere richiesta affinché un dialogo tra i vari approcci religiosi sia possibile. La parola umiltà viene da humus, terra, ed è proprio la terra da cui tutti proveniamo che ci invita a toccare con mano la semplicità della nostra origine comune, facendo di essa un riferimento fondamentale.

LA QUESTIONE DEL DECENTRAMENTO DEL POTERE

Nonostante il dominio degli imperi, soprattutto delle grandi imprese internazionali con il loro totalitarismo economico e culturale mascherato, vi è una sete diffusa di partecipazione al potere o ai poteri che sembrano guidare il mondo. Tutti noi in un modo o nell’altro riconosciamo i nostri poteri e vogliamo usarli a favore della dignità dell’essere umano e del pianeta. Mai come ora, dalla fine del secolo passato all’inizio di questo, vediamo tanti gruppi che si organizzano a partire dalla rivendicazione delle proprie differenze. La stessa scienza fisica e astrofisica conferma questa molteplicità di poteri quando afferma, per esempio, che nella Via Lattea non c’è un unico centro, ma un dispiegarsi continuo di movimenti e che questa Terra, questo pianeta azzurro, è solo uno tra le miriadi di punti che costituiscono l’universo.

In questo stesso tempo cronologico, la Chiesa cattolica romana è intervenuta per eliminare le differenze e gli aneliti di molti gruppi ispirati al Vangelo di Gesù. E la ragione è nel fatto che questi gruppi significano una critica al suo potere e alla sua dottrina. Mi riferisco in modo particolare ai movimenti femministi, di gay e lesbiche e a molte persone che individualmente hanno osato esprimere le proprie idee teologiche in relazione a differenti temi polemici.

In generale, quando si scrive la Storia della Chiesa cattolica contemporanea, si inizia a parlare della preparazione del Concilio Vaticano II e degli effetti del Concilio nelle diverse comunità cattoliche nazionali. Da qui, gli storici della Chiesa proseguono a raccontare la storia dall’evoluzione della vita delle comunità a partire dal Vaticano II. E ancora oggi raccontano i tradimenti e le cattive interpretazioni dei documenti del Concilio. Non ci si accorge che questa è una chiave assai limitata per dar conto della complessità del cattolicesimo attuale e particolarmente del calo dei fedeli a cui stiamo quotidianamente assistendo.

Oggi, per quanto il Concilio abbia avuto tanta importanza, non si può prenderlo come il quadro di riferimento principale. Perché non ci riferiamo a tutto il movimento indigenista del XX e XXI secolo, al movimento degli afro-discendenti, al movimento femminista, al movimento dei gay, delle lesbiche e dei transessuali, al movimento ecologista, al movimento tecnologico e scientifico degli ultimi anni? Perché non ci riferiamo alle nuove teologie ed ermeneutiche bibliche che sono sorte ai margini del cattolicesimo ufficiale? Perché non guardiamo ai dissidenti, a quelli che hanno espresso il proprio disaccordo in relazione ad una gerarchia che percepisce se stessa come rappresentante di un “mondo perfetto” e interprete della volontà di Gesù Cristo?

I gruppi che non si sottomettono all’ortodossia e all’ortoprassi istituzionali sono sempre più disposti ad andare avanti per la loro strada, per quanto la loro vita, forse breve, si svolga al di fuori delle mura di una Chiesa istituzionale sempre più distante dalle questioni e dai problemi che di fatto risultano significativi per le popolazioni del mondo. La vita di queste persone e di questi gruppi ci invita alla riflessione.

LA BIBBIA COME PAROLA UMANA FALLIBILE

La Bibbia non è più considerata da alcuni gruppi come la “Parola di Dio”, malgrado il riferimento ad essa come libro religioso monoteista continui ad essere massicciamente normativo e a legittimare molti atteggiamenti dei fedeli e delle gerarchie. Molti gruppi hanno denunciando l’atrofia che deriva dal considerare la Bibbia come un libro di riferimento indiscutibile, una parola superiore di ordine sul disordine del mondo.

Esistono nuovi approcci alla Bibbia come un insieme di testi importanti della nostra tradizione, tradizione che contiene ugualmente l’imprevedibilità, la corruzione, la crudeltà, la verità e la giustizia dell’esperienza umana. Non si tratta più di ascoltare della Bibbia una nota soltanto, una nota idealista e idealizzante, lontana dalla nostra realtà limitata. Ora si tenta di ascoltare la polifonia di suoni contenuta nei libri, riflettendo sull’armonia possibile derivante da tale polifonia, spesso intrecciata ai proiettili e ai colpi di cannone della nostra quotidianità. È per questo che servono le saggezze del passato: per incitare, eccitare, provocare le reazioni del presente. Pensare alla Bibbia come proveniente da un mondo perfetto, a volte persino radicalmente differente da quello che vivono i nostri corpi, non sembra più costituire la chiave umanizzante di cui abbiamo bisogno. E, per quanto si sia progrediti molto negli studi biblici, soprattutto negli ultimi decenni, riteniamo ancora che la Bibbia contenga una conoscenza superiore e l’etica più normativa e continuiamo a sacralizzarla, in particolare quando viene usata dalla gente semplice delle nostre comunità.

L’INADEGUATEZZA DELLA FORMAZIONE TEOLOGICA DI FRONTE ALLE NECESSITÀ ETICHE ATTUALI

Per tutto ciò che ho affermato, si rivela in maniera chiara l’urgente necessità di rivedere le forme organizzative e vitali delle comunità cristiane. Il modello clericale viene mostrando già da molto tempo la sua insufficienza, avendo rivelato il ruolo alienante del clero in tante questioni del nostro tempo e l’insostenibilità della divisione tra clero e laici. Nel corso del secolo passato, molte esperienze sono state vissute in diversi Paesi del mondo e anche dell’America Latina per tentare di superare tale inadeguatezza. Ricordo, ad esempio, le iniziative legate alla teologia da enxada (teologia della zappa), (...) il cui obiettivo era quello di organizzare programmi di formazione per i contadini per aiutare i leader laici ad assumere maggiori responsabilità nelle comunità cristiane.

Altre iniziative sono seguite, sotto la guida di Helder Câmara e di Leônidas Proaño, che si proponevano di formare un laicato attivo, dotato di responsabilità e autorità nelle comunità cristiane rurali e urbane. Tutte queste esperienze hanno avuto la peggio rispetto alla tradizione clericale delle Chiese e alla cultura dei nostri popoli. I gruppi tradizionalisti hanno fatto tutto quello che potevano per ridimensionare e screditare tutte le iniziative che potessero fare ombra al potere clericale e ai suoi privilegi. Oggi, nuovamente, alcuni gruppi tentano di organizzarsi e ancora una volta vengono respinti da quella che è al tempo stesso la forza e la debolezza del clero, il quale si considera di fatto e di diritto come unico detentore del potere sulla sfera cristiana del sacro.

IL RITORNO DELLE PICCOLE COMUNITÀ DI SENSO

C’è un forte desiderio in molti individui e gruppi cristiani di costituire piccole comunità di senso in cui possano venire alimentate la fede e la tradizione del Movimento di Gesù. (…). Senza dubbio, il pensiero e il comportamento di tali gruppi possono sollevare interrogativi. Ma ad essi si può dare risposta solo nella misura in cui l’istituzione ecclesiale permetta l’esistenza al suo interno di una diversità di responsabilità e anche di forme di culto. E, ancora, nella misura in cui il clero e i vescovi non condannino o screditino a priori queste iniziative come separate o marginali in relazione alla stessa tradizione della Chiesa. Questi esperimenti sono, senza dubbio, piuttosto fragili e non riescono sempre neppure a seguire regole prefissate. La mancanza di spazi di cui soffrono è nota. In generale, le parrocchie e le diocesi non permettono che incontri e celebrazioni alternativi si realizzino al proprio interno. È come se la stessa proprietà degli edifici delle chiese dovesse obbedire alle stesse forme di celebrazione e agli stessi contenuti stabiliti come autenticamente cristiani.

IL CRISTIANESIMO È UN UMANESIMO

Alcuni autori e diversi gruppi hanno insistito molto nel considerare il cristianesimo a partire dalla sua tradizione umanista. Ciò significa smettere di considerarlo a partire dalle definizioni dogmatiche cristologiche e mariologiche tradizionali che pongono l’accento in modo acritico sul suo carattere soprannaturale. E, per di più, sottolineano il primato dell’autorità maschile nella Chiesa. Lavorare nella linea dell’umanesimo non riduce il carattere religioso, cioè di legame con gli altri, di solidarietà, di aiuto reciproco, presente nella stessa Tradizione. Quello che si tenta di evitare è di ridurre il cristianesimo (…) a un sistema di leggi canoniche e di osservanza dei precetti.

Enfatizzare la dimensione etica umanista del cristianesimo, la preoccupazione per la quotidianità della vita nella sua espressione di cura e di aiuto reciproco, richiede una teologia ancorata ad una lettura della tradizione evangelica a partire da ciò che ci aiuta a sviluppare e a mantenere la dignità gli uni degli altri.

PLURALISMO E DIVERSITÀ OVVERO SIAMO IN TANTI A CREDERE

Siamo in tanti a credere nell’eredità di quanti ci hanno preceduto scommettendo sulla capacità salvifica che per le nostre vite rivestono l’amore e la giustizia, in un processo quotidiano continuamente rinnovato. Tale eredità non può essere la ripetizione dello stesso modo di vivere e di celebrare come se fermassimo il tempo in fedeltà ad una tradizione soprannaturale. L’amore ha espressioni varie e molte volte contraddittorie. Accogliere questa mescolanza nei nostri amori, permettere che emergano nelle loro diverse forme, è una delle aspirazioni del nostro tempo. Siamo ormai stanchi (…) delle pesanti strutture che riducono la bellezza della vita e la complessità delle relazioni umane a un’osservanza della legge o ad un modello di vita prefissato. Sognare la possibilità di costruire piccole comunità in cui possa esistere la diversità significa continuare a credere che la diversità che ci costituisce debba essere rispettata affinché la vita continui ad espandersi e a ricrearsi.

PER CONCLUDERE CON UNA SPERANZA

Stiamo continuando il nostro cammino a tentoni con la tenue speranza che nutre oggi la nostra vita. Non abbiamo ormai altra certezza che quella della nostra finitezza e della nostra mortalità e quella che ha a che vedere con la volontà forte di continuare amorevolmente l’avventura della vita. Per questo mi piace dire che le incertezze collaborano alla nostra ricerca di libertà e alla creatività a cui ci invita l’attuale momento storico.

La storia umana e la storia del cristianesimo sono segnate da varie tendenze o correnti che si incontrano e si incrociano. Non abbiamo la pretesa di affermarci come la corrente chiamata a prevalere e neppure come una corrente che abbia il massimo ascolto. Ma vogliamo che esistano spazi per la lettura che facciamo della tradizione cristiana. Vogliamo spazi anche maggiori per affermare sempre di nuovo l’amore per il prossimo e l’amore per noi stessi come orientamento di base del nostro impegno sociale, politico e religioso. Vogliamo essere rispettate/i e continuare a rispettare quante/i sono ancora convinti della pertinenza della tradizione patriarcale delle nostre chiese. A dispetto del nostro dissenso su molte questioni, la Chiesa è ancora in un certo modo il nostro corpo e parte della nostra storia. Si impone la necessità di un dialogo rinnovato e forse abbiamo bisogno di cercare nuove forme di riconoscimento del bene comune affinché l’inasprimento delle posizioni non crei più divisioni e conflitti. Perseguire la comprensione reciproca significa affermare la possibilità del cristianesimo nel nostro tempo.