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LA VITA PRIMA DELLA LEGGE

di Stephanie Nolan

In Sudafrica un vescovo cattolico distribuisce condom contro la diffusione dell’aids: la difesa della vita parte da qui.

Questo articolo di  Stephanie Nolan è stato pubblicato sul quotidiano canadese “The globe and mail” (07/04/2007). Titolo originale: “South African bishop defies Vatican on condoms”

ADISTA n° 32 del 28.4.2007

Sono state le donne, alla fine: è stato per causa loro che non ha più potuto continuare ad andare avanti come prima. Kevin Dowling, vescovo cattolico della diocesi di Rustenberg, ce lo ha confidato senza pentimenti. “Le donne mi stanno a cuore”, dice. “Sto dalla loro parte”. E allora chi c’è dall’altra?

“La Chiesa ufficiale”, confessa con un sorriso amaro. Ci sono così tante donne qui con una storia dolorosa alle spalle. Monsignor Dowling le ha ascoltate e ha fatto quel che sapeva fosse la cosa giusta: ha distribuito preservativi.Avrebbe potuto costargli il posto e la comunità che è la sua vita. Non è successo – non ancora. Ma non resterà in silenzio, anche se la sorveglianza di Roma si farà ancora più stretta: il rischio rimane, quindi.Freedom Park è una grande distesa bruciata dal sole, con 5000 baracche una attaccata all’altra fatte di pezzi di alluminio raccolti qua e là. Non ci sono né elettricità né acqua e le strade si trasformano in un pantano ogni volta che piove. Ha un nome ottimistico – Parco della Libertà – scelto alla fine del-l’apartheid, nel 1994, ma la libertà, per molti, si è dimostrata difficile da raggiungere. Questo è solo uno di una mezza dozzina di slum dove vivono circa 100.000 persone vicino al confine del Sudafrica con il Botswana.Vivono all’ombra, letteralmente, delle miniere di platino, schiacciati dalle ciminiere e dai grandi cumuli di scarti grigio scuro. Le miniere fanno affidamento sul lavoro degli emigranti, che arrivano da Lesotho, Zimbabwe, Mozambico e dalla provincia sudafricana di Eastern Cape. Gli uomini hanno contratti di uno o due anni e lasciano le loro famiglie a casa. Non guadagnano molto, ma in un Paese con un tasso di disoccupazione del 45%, il loro salario è sufficiente, almeno per comprarsi da bere in un bar dal nome fantasioso di “Taverna Ghetto” e per pagarsi un po’ di compagnia femminile quando si sentono soli.Dietro ai minatori vengono le donne, in fuga da vite in paesini di provincia che sembrano loro senza via d’uscita. Pochissime riescono a trovare un lavoro in miniera. Ma hanno bambini e vecchi genitori da sfamare; hanno bisogno di vestiti e di soldi per l’affitto di una delle baracche.“Il solo modo di mangiare è avere un ragazzo”, spiega Thembi Maboyana, 38 anni, una delle persone più vicine al vescovo. È venuta qui all’età di 15 anni. “Oggi un ragazzo, domani un altro. Vai allo shebeen e balli e balli finché non arriva un ragazzo, almeno per comprare cibo e affittare un posto dove dormire".Questa grande rete di persone con relazioni instabili e che si sovrappongono è l’ambiente ideale per la diffusione dell’Hiv. Gli esami dicono che qui quasi la metà delle donne è portatrice del virus.Poco tempo dopo la nomina a vescovo di questa diocesi sedici anni fa, Kevin Dowling, 63 anni, ha iniziato a visitare i campi. In baracche male illuminate, sentiva raccontare lo stesso tipo di storie. Trovò donne incinte abbandonate in punto di morte su pavimenti umidi e sporchi; i loro bambini sarebbero nati morti, oppure sarebbero sopravvissuti al massimo una o due settimane.La diocesi ha iniziato a fare qualcosa nel 1996, con un piccolo ambulatorio sistemato in un container – lo chiamavano Tapologo, “luogo di riposo”. Negli anni, è cresciuto e oggi comprende una scuola, un day hospital, un centro di formazione professionale, una clinica che fornisce farmaci antiretrovirali ai malati di Aids e un ospizio per quelli che sono arrivati troppo tardi e non possono essere salvati. Gruppi di contatto come quello di Miss Maboyana visitano gli ammalati, danno consigli ai nuovi pazienti e spingono la gente a proteggersi dal virus. Come?“Devono usare i preservativi”.Ed è così che il vescovo si è trovato ad essere messo all’angolo dalla sua stessa Chiesa. Il Vaticano vieta l’uso dei preservativi in ogni circostanza; sostiene che i soli modi per proteggersi dall’Aids sono astinenza e fedeltà nel matrimonio. Per monsignor Dowling, questa dottrina non conta a Freedom Park.“L’astinenza prima del matrimonio e la fedeltà nel matrimonio sono al di là del possibile qui”, dice, mentre una fila di minatori in elmetto e stivali ritorna dal turno in direzione del campo. “Il vero problema è proteggere la vita. Questo deve essere il nostro obiettivo fondamentale”.E negare ai milioni di cattolici che vivono nelle aree dell’Africa meridionale e orientale devastate dall’Aids l’uso del condom significa contravvenire al messaggio della Chiesa in favore della vita, aggiunge.Alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Aids del 2001, un giornalista di un’agenzia cattolica chiese a monsignor Dowling quale fosse la posizione della Conferenza episcopale sudafricana sul preservativo. Rispose che i vescovi non avevano ancora trovato una posizione. Il giornalista insistette, chiedendo quale fosse la sua convinzione personale. Fu un momento di rivelazione: “Avrei potuto dare una risposta evasiva. Ma gli dissi quello di cui ero convinto. E così cominciò tutto”.Poco dopo, il nunzio apostolico lo informò che le sue opinioni erano inaccettabili e in conflitto con la dottrina della Chiesa. Quindi la Conferenza episcopale condannò le sue parole e prese posizione: i preservativi erano “un’arma immorale e inappropriata” nella lotta contro l’Aids e non ne era permesso l’uso in nessuna circostanza. Successivamente, si spinsero ancora oltre, affermando che i preservativi potevano, di fatto, aumentare la diffusione dell’Aids perché incoraggiavano la gente a fare più sesso.Ci furono anche altri due rimproveri da parte del nunzio. Che servirono semplicemente a raddoppiare la forza della sua convinzione.L’astinenza e la fedeltà non contano a Freedom Park, dice Dowling. “Non funziona così in questo ambiente e si tratta semplicemente di un microcosmo dell’Africa Sub-sahariana”. “È molto difficile”, aggiunge, “cominciare a fare delle richieste che sono molto difficili o addirittura impossibili da realizzare”.Il “progetto Tapologo” insegna alle donne come ricamare con le perline, fare il pane e altri mestieri. Ma il mercato per il pane o le perline è limitato da queste parti, e, a breve termine, non potrà rappresentare una soluzione per la povertà e la disoccupazione.Né potranno cambiare nel giro di una notte la mentalità e i costumi che tolgono ogni potere alle donne – e che incoraggiano gli uomini ad avere più di una partner. Monsignor Dowling sostiene gli sforzi fatti in questa direzione ma sa che le cose non cambieranno rapidamente e, fino ad allora, i preservativi sono l’unico modo per fermare il contagio.“Il problema per i cattolici pensanti è che molte di queste cose non hanno senso”. Il vescovo crede che la gerarchia della Chiesa sia ossessionata dalla morale sessuale e chiuda gli occhi di fronte alle ingiustizie politiche ed economiche che fanno arrivare la gente a Freedom Park.Dopo i suoi primi commenti sui preservativi, un amico preoccupato fece osservare alla madre del vescovo che, ormai, non sarebbe mai stato fatto cardinale. Sua madre rispose che non aveva molta importanza dal momento che già all’inizio non aveva voluto in maniera particolare la nomina a vescovo (“Mi hanno chiamato e me lo hanno comunicato e, onestamente, non si può dire di no”, racconta mons. Dowling, che è originario di Pretoria, della sua nomina, avvenuta mentre lavorava a Roma). Malgrado la sua sfida silenziosa, il Vaticano non gli ha chiesto di dimettersi. Forse perché a Roma sono convinti che non valga la pena attirare l’attenzione su di lui – “Sono un pesce piccolo, semplicemente il vescovo di una diocesi rurale in fondo all’Africa” – ma forse a Roma sanno anche bene che il problema non può essere risolto semplicemente schiacciando un prete ribelle.Monsignor Dowling racconta di aver avuto “un’ondata di messaggi di sostegno personale” da molti moralisti e teologi, chierici e laici, che sono alle prese con la questione. È noto, in Africa meridionale, come il “vescovo dell’Aids”, l’uomo che ha detto chiaramente che la pandemia e la lotta contro di essa dovrebbero essere il centro dell’attività della Chiesa qui; ci sono molti che ammirano la sua posizione, e altri preti e suore che silenziosamente distribuiscono preservativi nella regione.A Freedom Park, nessuno pensa troppo all’incongruenza di un vescovo cattolico che difende pubblicamente l’uso dei preservativi. “Ci aiuta a salvare la gente”, dice semplicemente Miss Maboyana mentre il vescovo, alto e magro, passa davanti a una fila di malati e li saluta sottovoce in lingua Setswana.Monsignor Dowling ha moltissimi compiti come vescovo della diocesi, ma è evidente che il lavoro sull’Aids è quello che gli sta più a cuore. Raramente esce di casa senza fare un salto all’ospizio, a due passi dalla sua casa, lungo una strada fangosa affiancata da cespugli. Tuttavia, c’è una tremenda tensione tra il suo lavoro e la profondità della sua fede cattolica.“Per me è faticoso; assumo Jack Daniels per endovena”, racconta con una risata, prima di tornare a farsi serio. “I preservativi sono un sintomo di molto altro”, spiega, riflettendo sulla frattura tra i leader della Chiesa e le vite di molti credenti.“Come Chiesa, abbiamo avuto l’opportunità dopo il Vaticano II di sviluppare una teologia e una filosofia che nascessero direttamente dalla realtà delle vite della gente, ma una volta che hai permesso alla realtà di mettere in discussione le tue convinzioni, una volta che il dialogo è aperto, entri in una situazione che fa paura, dove non sei più in grado di controllare dove vai”. Il Vaticano ha scelto di mantenere il controllo, spiega.La scorsa settimana, tre pazienti dell’ospizio di Tapologo sono morti – tra loro anche una ragazza di 14 anni di nome Krista, affetta da Hiv sin dalla nascita e molto amata da tutto il personale. Monsignor Dowling la definisce “la peggiore settimana che abbiamo mai avuto”. Ma dietro le parole di conforto che rivolge alle infermiere e agli altri pazienti c’è una rabbia trattenuta, rabbia per queste morti evitabili.Lasciando l’ambulatorio, il vescovo viene abbracciato da ognuna delle ben piantate suore infermiere e dalla sua amica, Miss Maboyana.“La mia Chiesa è il popolo di Dio. La mia fede personale è arricchita dalla comunità, dalla gente”, dice. Questi contrasti sulla dottrina “non danno la vita, non sono il Gesù in cui credo”. E quindi andrà avanti. “Fin quando mi lasceranno stare…”.