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Che cosa è (e può essere) la famiglia

Chiara Saraceno

da  www.micromega.net del 30 agosto 2015

Davvero si può rinchiudere la famiglia nella definizione “papà, mamma e bambini” offerta in modo tranchant dal cardinal Bagnasco? Proprio no, né dal punto di vista storico/antropologico, né da quello della stessa esperienza comune. Non ci sono sempre bambini/figli, anche se la coppia è formata da un uomo e una donna. I figli possono arrivare per via non biologica, come nel caso dell’adozione o di riproduzione assistita con donatore o donatrice. Può mancare un genitore. Si possono avere entrambi i genitori ma vivere alternatamente con l’uno e l’altra, oppure prevalentemente con uno solo. Si può essere in un rapporto matrimoniale o comunque coniugale con una persona, ma avere (avuto) figli da un’altra, continuando ad esserne attivamente genitori, così come si può svolgere una funzione genitoriale nei confronti di figli non propri. E ci sono i parenti, di sangue o acquisiti. In alcune culture questi sono (o erano) più importanti dei rapporti di coppia, richiedendo priorità nella appartenenza e solidarietà. Lo stesso codice civile italiano, quando si tratta di definire le obbligazioni famigliari, utilizza una definizione di famiglia tra le più estese, secondo cui non solo gli zii hanno obblighi verso i nipoti, ma anche generi e nuore verso i suoceri, a dimostrazione che poco c’entra la natura, e molto le norme. Norme che cambiano da un’epoca all’altra e da una società all’altra, da una religione all’altra e, nel tempo, all’interno della stessa Chiesa cattolica (come ricorda Alberto Melloni nel suo libro Amore senza fini, amore senza fine), così come cambia il modo in cui si intendono e vivono i rapporti tra coniugi, genitori e figli. Uno dei cambiamenti più potenti ha riguardato l’amore – piuttosto che la convenienza, l’interesse, l’alleanza tra gruppi, la necessità di riproduzione di un lignaggio o della forza lavoro famigliare – come fondamento sia del rapporto di coppia coniugale sia della dimensione generativa. Un cambiamento che non è avvenuto dappertutto, come sappiamo. Anche dove è avvenuto, non è sempre facile realizzarlo compiutamente, perché è molto esigente per quanto riguarda i rapporti famigliari. Implica amore per il benessere e la libertà dell’altro/a, accoglienza paziente ma anche capacità di lasciare andare, intimità, ma anche coscienza della propria e altrui individualità e separatezza. È questo radicale cambiamento nel fondamento delle relazioni famigliari a motivare giudizi negativi sui matrimoni combinati e ancor più forzati, su atteggiamenti genitoriali troppo autoritari/padronali, o anaffettivi, o incapaci di distinguere tra sé e i figli e così via. E viceversa a legittimare la richiesta che vengano riconosciuti come famigliari anche rapporti di coppia e di filiazione differenti da quelli che avvengono tra persone di sesso diverso e per via biologica, ma che si richiamano anch’essi al valore, e scelta, d’amore e generatività.

Tutto questo, ed altro ancora, non può essere rinchiuso nella formula apparentemente autoevidente di papà, mamma e bambini. Una formula che nasconde ed esclude, più che motivare una riflessione su che cosa sia una famiglia oggi, sul suo essere oggetto di elaborazione e costruzione continua, a livello individuale, di coppia, ma anche macro-sociale e storico. Stupisce che la Chiesa cattolica, a differenza di altre Chiese cristiane, che pure ha avuto in passato un ruolo importante nella transizione che ha portato alla elaborazione culturale e normativa della famiglia come unità coniugale intima e della genitorialità come orientata al benessere dei figli, oggi sia così restia a partecipare al lavoro urgente e delicato di rielaborazione culturale, prima ancora che normativa, di che cosa sia, e possa essere, una famiglia. Anche a costo di lasciare in uno status di orfani di un genitore bambini che invece li hanno entrambi, nel senso autentico del termine, anche se dello stesso sesso. Un atteggiamento, per altro, avallato anche dalla giurisprudenza italiana, in assenza di una normativa adeguata. È di queste settimane il caso della pronuncia del Tribunale di Torino che, smentendo una sentenza precedente, ha vietato agli uffici comunali di registrare come secondo genitore di una bimba la madre che non l'aveva partorita, ma che l'aveva voluta e allevata con amore. Il paradosso aggiuntivo è che questa madre è in effetti la madre biologica, dato che per condividere il più possibile la maternità con la sua compagna aveva fornito l’ovulo che, una volta inseminato via donatore, la sua compagna aveva poi portato a gestazione. Il riduzionismo biologistico qui gioca brutti scherzi. Secondo la legge italiana, ma temo anche la Chiesa cattolica, non solo la madre gestante, ma anche il donatore di seme, se lo volesse, avrebbe più diritto della madre insieme biologica e relazionalmente generativa a riconoscere la bimba come figlia. Questa sì che è una mostruosità.